giovedì 8 dicembre 2011

Come ho perso la Nazionale...

Il mondiale è finito. Nonostante tutto sono felice per aver vissuto una esperienza fantastica, anche se mi rimangono in mente le ultime parole di John Kirwan: "...hai tradito la nostra maglia". Tradito? Nostra maglia? Tralascio tutte le varie considerazioni che si potrebbero fare in certi casi e dico solo che sono furioso. 
Fortunatamente ci aspetta ancora il viaggio di ritorno in Italia. Il giorno della partenza da Roma avevamo scoperto, con grande piacere, che  uno sponsor del torneo, la Quantas, aveva offerto a tutte le delegazioni un viaggio di andata e ritorno in business class. Per chi non è mai stato, riassumo le comodità. Poltrona che si allunga in comodo letto, una hostess ogni 6-8 persone a disposizione come un cameriere, cibo e bevande di grande qualità e soprattutto a volontà. Insomma all'andata, avevamo evitato aragoste, champagne e cocktail vari, ma al ritorno eravamo ben decisi ad approfittarne. Dopo un estate di allenamenti in montagna e un mese di clausura in Australia ci meritavamo proprio un po' di svago…
Al primo raduno dopo i mondiali erano convocati troppi mediani per i miei gusti…4 ufficialmente e e un altro ufficiosamente. Si parlava tanto di ricambio, e speravo proprio che questo ricambio riguardasse dar spazio a chi era stato in panchina per 4 anni…Invece no. Dopo una vita in cui ero stato trattato da "giovane apprendista" ero passato subito a "vecchio da pensionare". Era proprio questa la sensazione che avevo. In più JK aveva chiamato due ragazzi neozelandesi (più vecchi di tutti noi) ed aveva chiaramente intenzione di affidare la mediana ad uno di loro.
Dunque le premesse al primo raduno non erano delle migliori. E' un ritrovo, di un giorno, per valutare la forma fisica e dare le prime indicazioni sul 6 Nazioni che verrà. Nei test vado più che bene, poi al pomeriggio riunione video. 
Fianco a me c'è Franco Bernini, allenatore della Nazionale A. JK ci mostra un video che secondo lui doveva illuminarci su come battere l'Inghilterra alla prima partita del 6 Nazioni prossimo. Descrivo il video, è importante. Partita Inghilterra-Samoa. Calcio d'inizio dell'Inghilterra, Samoa riceve nei propri 5 metri e comincia una azione di contrattacco. Gli inglesi placcano duro, ma i samoani non perdono il possesso e conquistano terreno. Vanno da un lato del campo all'altro sventagliando la palla con disinvoltura. Ad un certo punto un pilone fa un passo dell'oca e se ne va debordando un centro, che poi lo riprende in velocità, ma il pilone con un sottomano rilancia un tallonatore che buca la linea difensiva e apre per l'ala che però viene placcata. Le fasi si susseguono una all'altra, sempre di enorme qualità, fin che il contrattacco finisce con la meta delle Samoa dalla parte opposta del campo. Forse una delle più belle azioni mai viste, fenomenali.
JK interrompe il video e ci dice, tutto serio: "E' facile battere gli Inglesi, dovete fare così!"…silenzio imbarazzato mentre dentro di me penso: "Grazie ar cazzo".
Mi giro, incrocio gli occhi di Bernini e ci scappa un sorriso. A quel punto JK mi guarda e col suo italiano stentato, sbraita: "Che hai da ridere Matteo?! tu non pensi che possiamo farlo?! Tu non pensi che possiamo battere l'Inghilterra?! Tu non credi in noi! Tu sei sempre il solito! bla bla bla.
Neanche il tempo di rispondere e lui aveva fatto tutto da solo. Mi aveva eliminato per la seconda ed ultima volta.
Poi mi dicono perché non tifo Nuova Zelanda...
Ps: questo racconto, in principio, era stato scritto leggermente diverso,  ma fortunatamente qualcuno mi ha fatto cambiare idea e l'ho modificato. Avrei voluto gridare al mondo le vigliaccate fatte, ma è più carino così. Spero sia di vostro gradimento...

martedì 6 dicembre 2011

MONDIALI 2003 come ho perso la nazionale

Credo, o meglio spero, che molti si ricorderanno il mondiale giocato nel 2003 in Australia. C’ero anch’io. Nel riscaldamento della partita contro il Canada, Troncon ebbe qualche problemino personale. Mai saputo quale. Per quanto mi riguarda, la cosa significativa fu che a 5 minuti dall’ingresso in campo, quando le squadre avevano già finito il riscaldamento, e le panchine, me compreso, stavamo andando a prendere posto nella nostra postazione di spettatori privilegiati, venne John Kirwan a dirmi: “scaldati come puoi perché giochi tu”. Esplosione emozionale. Col cuore a mille vado in campo a scaldarmi come un invasato. Andature, sprint, navette, passaggi senza tregua per 3 minuti. Torno dentro, atleticamente freddo, ma mentalmente infuocato, e Kirwan mi dice: “Che fai? Vestiti e vai in panchina!” Ma come? Va beh… eseguo. Mentre faccio il corridoio che porta in campo, mi sto rivestendo del tutone termico, incontro il preparatore che mi guarda perplesso e dice: “non sei ancora pronto? Che aspetti, devi giocare!” Lo ragguaglio mentre passano i tiolari, e mi accomodo in panca.
La partita è, come sempre, molto combattuta, ma abbiamo i mezzi per vincerla. Finisce il primo tempo e con il resto delle riserve vado a fare una corsetta per tenermi caldo. Passano 2 minuti e arriva il preparatore e mi informa che giocherò da subito…  “programmazione all’italiana” penso.
Entro, per i primi dieci minuti tutto bene, credo anche di aver dato un bel ritmo, poi dopo una mischia per il Canada nei loro 22, faccio pressione al mediano che sbaglia il passaggio, Parisse raccoglie, rilancia Manuel Dallan che entra in meta di forza. Abbiamo fatto il break decisivo…forse.
Nella rimessa da centrocampo che segue cominciano gli errori. Prima De Rossi sbaglia la presa, poi io per calciare scivolo e tiro un rasoterra in touche. La tensione in squadra sale incredibilmente e loro, ovviamente, ne approfittano. Ci mettono sotto, con tanta pressione e forza fisica. Nonostante tutto, riusciamo a tenerli sotto nel punteggio, ma ad ogni azione c’è qualcuno che ne combina una. L’ultimo errore è un mio passaggio rasoterra per Rima Wakarua che fortunatamente raccoglie e ci mette una pezza. Loro attaccano, senza grandi manovre, ma con tanta voglia. Sono folate pericolose. A pochi minuti dalla fine, dopo l’ennesimo calcio sbagliato, il loro estremo contrattacca e buca in velocità la nostra difesa. Me lo trovo davanti lanciato. E’ un attimo, se non lo prendo addio speranze di qualificazione. Non so come (anzi, lo so) ma lo placco, e che placcaggio! Mi rialzo e frego pure la palla, ci riorganizziamo e liberiamo in rimessa laterale. Finita. Abbiamo vinto, era tutto quello che dovevamo fare, c’è soddisfazione ma non esaltazione.
Alla fine il bilancio della mia partita è così e così. Una meta fatta è stata propiziata da me, ne ho salvata un’altra, ma ho fatto un sacco di errori che hanno messo la squadra in difficoltà. Mi auto-giustifico per il nervosismo della situazione creatasi.  Non sono molto soddisfatto, ma fatta la doccia, i giornalisti, soprattutto stranieri, richiedono la mia presenza in sala stampa. Che onore.
JK mi chiama e mi accompagna, di fronte alla platea dei media è gentile e socievole, mi fa le sue congratulazioni per essermi fatto trovare pronto in una situazione un po’ strana. Torniamo in autobus all’albergo, 5 minuti di viaggio.
Mentre scendo, JK mi chiama da parte. “Oggi Matteo, mi hai deluso molto. Ho visto che ridevi, che scherzavi, che non eri pronto ad entrare in campo. Da te non me lo sarei aspettato. Tu non tieni all’Italia.  Hai tradito la nostra maglia azzurra!” Pensavo che scherzasse, infatti abbozzo un sorriso, ma lo spenge con uno sguardo severo. Capisco che è serio, ma non voglio credere alle parole che sento.
Risultato. Da quel giorno neanche una parola, semplicemente indifferenza. Il 24 ottobre, per la partita decisiva contro il Galles, sono in tribuna.
Continua…

sabato 3 dicembre 2011

FIDES

Gli allenamenti si facevano in un campo di calcio nella periferia di Livorno. Il campo comunale di rugby non riusciva a contenere tutte le squadre che la città partoriva. Il campo delle sorgenti, era un campo già molto utilizzato dal calcio e, ovviamente, quando stava a noi ad allenarci i dirigenti delle "Sorgenti SC" non erano mai troppo felici. Non che boicottassero, erano semplicemente indifferenti, in tre anni credo di non aver mai incontrato nessuno. Quando stava a noi, sparivano tutti.
Eravamo una squadra composta da quelli che nel Rugby Livorno non avevano spazio. Ma eravamo tanti. Babbo faceva l'allenatore e uno dei problemi più grandi che aveva era sempre chi far giocare.
La domenica, in trasferta insieme alla squadra, venivano tutti. Giocatori, fidanzate mogli, mamme! Ogni quindici giorni mamma si metteva in cucina a preparare lo spuntino prepartita... Ognuno aveva il suo panino: "Erbi" l'erbivoro (traduzione: vegetariano), aveva il suo panino con frittata alle verdure; "lo Zac" voleva sempre qualcosa di diverso e ordinava la sua consumazione la settimana prima; "il Duddu", "il Pompiere" mangiavano tutto. Ma quelli più belli erano "Il Gragna" e "il Mantovani". Loro, piloni, nelle partite più dure, contro le squadre con le mischie più pesanti, volevano qualcosa di più...pesante. Frittatine con cipolle, acciughe alla marinara, un po' di baccalà...dicevano che amavano vedere gli sguardi dei loro diretti avversari in mischia, dopo che gli avevano ruttato in faccia il pranzo...Che uomini!
Una volta, contro l'ASR Milano, credo, l'arbitro ordina una mischia. Loro erano molto bravi, stavano bassi e ci mettevano spesso in difficoltà. Il Mantovani, che era venuto a giocare con noi quell'anno, nel posizionarsi in mischia, comincia a parlare il spagnolo: "hola, vamos, bla bla bla...". Io lo guardo perplesso e non capisco che voglia dire. Soprattutto non capisco se stia bene o sia improvvisamente impazzito. Guardo il Gragna con sguardo interrogativo e lui: "E' scemo". Per tutta la partita andò avanti a parlare un misto di spagnolo ed a volte rumeno...
Il motivo? Testualmente: "Gli argentini ed i rumeni sono fortissimi, li ho intimoriti!" Il Gragna rispose con rutto alle cipolle che lo zittì!

venerdì 2 dicembre 2011

ITALIA-SCOZIA fine

Entriamo in campo. Di corsa. E’ bellissimo, lo stadio è pieno di gente che esulta in un atmosfera di festa. Ci saranno almeno 8000 scozzesi, venuti a Roma per dare il benvenuto alla squadra Italiana nel torneo. E’ il momento dell’inno. Mentre cantiamo mi vengono in mente le parole di sottoufficiale della marina che ci stava preparando per la cerimonia del giuramento: “state attenti ragazzi, il nostro inno tende a gasarci, dovete tenere il tempo giusto fino alla fine”. E’ vero, una parte dello stadio finisce l’inno un prima, di conseguenza si sentono due distinti  finali. Che stupido sono a pensare ad una cosa del genere prima di giocare... Comunque, che tutto lo stadio canti “Fratelli d’Italia”, è già un successo…
La partita comincia, è dura ma siamo pronti. Ribattiamo colpo su colpo, ed in più noi abbiamo Diego. Quanto è bravo! Credo sia il più piccolo di statura in campo, ma è un gigante per il contributo che dà. Non sbaglia mai ed ogni palla data a lui è messa in cassaforte. Fa sempre la cosa giusta al momento giusto, e poi placca come un dannato. Irraggiungibile.
Sul campo sono in 30 che se le danno di santa ragione. Nessuno si tira indietro, il match è equilibratissimo.
Siamo in un buon momento, ma non riusciamo a sfondare quella maledetta linea.
Raggruppamento sui 5 metri in attacco, Troncon vede arrivare “Ciccio” De Carli lanciato in velocità…e che velocità. Il passaggio va a buon fine ed il nostro ariete carica a testa bassa. Meta!
Ma ci pensate!? Dopo una vita a sognare di giocare contro i mostri sacri del rugby, un bel giorno il comitato del 5 Nazioni ci accetta, ma ci tratta ancora con tanta superiorità. Ci snobba quasi. Questa doveva essere solo una partita di esordio di una squadra, che secondo loro, non avrebbe avuto scampo. Invece no. Sembra che ci riesca piuttosto bene giocare a rugby. Abbiamo segnato, e possiamo farcela. Diego rinforza, piazzando la trasformazione, ma soprattutto poco aggiunge altri 3 punti con un drop dei suoi. Ci siamo! Che ansia, quanto manca???

L’imprevisto c’è sempre…si infortuna un ala. Entra Marco Rivaro. L’ultimo arrivato, quello che due giorni prima era a Genova a pensare a fatti suoi. Lo guardo, ha un aria strana. Gli domando come vada e mi risponde: “belin…un po’ nervosetto…”. In bocca al lupo!
Entra e dopo 2 minuti gli si presenta un’azione impossibile: difendere da solo contro due scozzesi lanciati in velocità… Terrore in panchina. Marco scatta in avanti come un razzo e tira il più forte placcaggio d’incontro che abbia mai visto fare ad anima viva! Sciok! La palla schizza in aria e lo scozzese schizza in terra, tramortito! Boato nello stadio e animi gasati a mille!
Li abbiamo in pugno. Hanno paura. L’ultimo placcaggio, oltre a fermare un azione da meta, ha esaltato noi e depresso loro.
Non c’è tempo per pensare, Troncon rimane a terra e io sono già pronto ad entrare. Gioco pochissimo e nonostante il poco tempo  non ricordo niente di cosa ho fatto. Sono entrato con un solo pensiero: placca, placca e placca. Quando ho palla la passo a Diego, ci pensa lui. E' fatta.
Il triplice fischio è meraviglioso! Che gioia, penso a tutti quelli che da rugbysti hanno sognato un momento del genere. Fantastico!
Ma quanto tempo è passato…

mercoledì 30 novembre 2011

ITALIA-SCOZIA 34-20 l'esordio nel "6 Nazioni"

Sono almeno 3 anni che il comitato del 5 nazioni ha accettato la richiesta da parte della federazione di far parte del torneo. Saranno almeno 80, che ogni rugbysta italiano ne sogna di far parte. Il “4 nazioni” è stato inventato ed organizzato dai paesi Britannici di Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles nel 1884, 128 anni fa per la precisione. Tanti. Nel 1910 è stata aggiunta la Francia e da quella data è rimasto invariato. Tradizioni radicate in profondità nel popolo del rugby e difficilissime da intaccare.
Eppure la squadra nazionale Italiana di George Coste è riuscita nell’impresa, impossibile, di far cambiare idea a quei vecchioni del comitato del vecchio 5 Nazioni. Ci vorrebbe un libro solo per descrivere le gesta di quegli eroi, ma non sono io la persona adatta, io sono entrato nell’ambiente solo dopo, a cose fatte.
Dicevamo. Tre anni che la decisione è presa e due che il rugby italiano ha realizzato che non è un sogno. La prima partita è prevista a febbraio del 2000, in casa contro la Scozia. Poteva andare peggio…
Il mondiale in Inghilterra del 1999 non era andato proprio per il meglio, c’erano stati problemi di vario genere, e la fiducia nei propri mezzi non era proprio al massimo. Molti vecchi giocatori, che si erano conquistati il futuro “6 Nazioni” avevano anche smesso di giocare. La squadra era da rifondare. Non proprio le migliori condizioni per affrontare un impegno difficilissimo come quello che si apprestava a fronteggiare.
Per far fronte alle tante incognite, decidono di cambiare la guida della squadra. Decidono di stravolgere addirittura l’impostazione: arriva Bred Jonstone, allenatore Neozelandese che allenava le isole Fiji ai mondiali. E’ una mezza rivoluzione.
Vi tralascio la sua riunione di presentazione alla squadra. Dico solo che il metodo di allenamento è totalmente diverso. Si costruisce poco o niente rispetto a prima, ma si punta al miglior risultato possibile nell’immediato. Allenamenti durissimi per selezionare la squadra, addirittura partita “vera” probabili vs possibili, per scegliere la squadra. Probabilmente rimane la mia miglior partita di sempre in nazionale, anche se ovviamente a porte chiuse e nessuno se lo ricorda…
Fatta la squadra per affrontare la Scozia, fine. Gli allenamenti si riducono all’osso. Massima fiducia nei componenti, schemi provati al 50%, nessuna pressione (quella era già tanta da fuori), e ricerca della miglior prestazione puntando molto sulla fiducia individuale.
Fino a quel momento avevo assaporato la Nazionale stile Coste/Mascioletti…lavoro, lavoro, lavoro e lavoro. Dal punto di vista della crescita, comprensione del gioco e ambizione: meravigliosa, inavvicinabile. Ma dal punto di vista della pressione psicologica: devastante. Adesso era tutto diverso, anche la preparazione fisica. Il professor Isaia Di Cesare ci massacrava di palestra, sprint in salita, e sedute varie. Adesso, come preparatore, era arrivato un neozelandese tutto tatuato e fuori di testa che tutto sembrava tranne un allenatore. Con lo scopo di rilassare l’ambiente, giocavamo a giochi assurdi, divertenti ma assurdi.
La settimana prima della partita fu incredibile, televisioni di mezzo mondo a riprendere gli allenamenti, interviste. Addirittura avevano organizzato degli orari e degli appuntamenti per i media, per noi un altro mondo. Tutto il mondo rugby stico mondiale aspettava il nostro esordio. Tutti, tranne ovviamente i media italiani.
A tre giorni dal match, si infortuna un tre-quarti. A sostituire viene chiamato Marco Rivaro. Era militare con me l’anno prima al reparto atleti della Cecchignola. Lui arriva direttamente a Roma da Genova dove abitava. Si presenta vestito con jeans e giacca e con una busta della spesa con dentro le scarpe e basta. Bellissimo. Siamo al Jolly hotel ed essendo amici e ci mettono in camera insieme. Lui ha solo un giorno per ambientarsi, ma è tranquillo. Mi dice: “Belin, non me lo aspettavo, fino a ieri ero a Genova a farmi gli affari miei ed ora sono catapultato qui in questo ambiente fantastico. Beh per fortuna non giocherò, non so se sarei all’altezza…” Non mi dice proprio così, ma è il succo dei dialoghi di quei giorni.
Facciamo la rifinitura che serve più che altro ad entrare in partita, e andiamo a letto belli carichi. I più vecchi sono degli automi. Hanno lottato per arrivare a questo punto e adesso sono qui per riscuotere. Ma a mente fredda tutti sanno che sarà un impresa impossibile. Si vocifera che la Francia prima di vincere la sua prima partita del 5 Nazioni ci ha messo la bellezza di 30 anni, anno più anno meno.
Andiamo allo stadio, scortati. Ma non è una scorta convenzionale, sembra che sia una questione di vita o di morte. A dire la verità era la prima volta che facevamo parte di un convoglio scortato, nessuno aveva idea di come dovesse essere un trasporto del genere… La poliziotta, che guida la scorta in moto, è un invasata! Corre come se fossimo in un rally. L’autobus sfreccia nel traffico lambendo specchietti e facendo stridere le gomme! Noi siamo disorientati, ma alla fine la prendiamo con la più classica filosofia italiana: ridendo.  Lo staff Neozelandese è sconvolto! Il tutto contribuisce a sdrammatizzare un po’ il momento.
Entriamo in spogliatoio, ansia. Tanta ansia. Cominciamo il riscaldamento, il ricordo più vivo che ho, è la sensazione che si ha quando tutti quegli occhi ti guardano riscaldare. E’ pazzesco, ti senti frugare nell’anima. Qualsiasi cosa tu faccia, sai che qualcuno ti sta guardando. Fastidioso. Sei teso e nervoso, sai che qualcuno ti guarda e inevitabilmente ti giudica. Devi concentrarti al meglio per evitare errori. O lo fai o ti sotterri. Facciamo.
Finito il riscaldamento torniamo dentro lo spogliatoio. Giovannelli, il capitano, ci da 5 minuti per noi e ci richiama al centro per il discorso. Non ricordo bene le parole, ma ricordo la voce, possente e decisa. Gli sguardi dei vecchi, tesi e determinati. Mentre il ”Giova” parlava, pensavo:  “non possiamo perdere, li ammazziamo! Potrebbe esserci chiunque la fuori, gli sbraniamo”. Ad un certo punto, mentre siamo tutti in cerchio, il capitano arringa la truppa, comincia a mollare degli sganassoni ai ragazzi. Uno ad uno se li fa tutti, parte proprio di fianco a me, ma per fortuna sceglie il lato opposto per continuare, non resisterei a una magliata del genere… Dopo una decina di schiaffi, qualcuno entra a chiamarci, è ora, per fortuna…

martedì 29 novembre 2011

ROVIGO

Una mattina leggo sul giornale di un clamoroso ritorno di Alessandro Troncon a Treviso. Due palle! Va bene che treviso è la sua città, ma adesso giocava in Francia a Clermont Ferran…resta li no!?
No. Torna a casa. Va beh, due galli in un pollaio non ci stanno bene e partendo da una posizione palesemente svantaggiata decido che è ora di fare le valige. Ma dove? Non avevo lontanamente preso in considerazione l'idea di lasciare la città, avevo ancora un contratto per un anno e soprattutto fidanzata e una casa da riempire. Avevo altri progetti. Ma la vita è così. 
Vado da Munari, saluto, e sparo subito: "Vittorio, devo andare via. Mi dispiace, ma tornando Troncon io non avrei posto". Lui mi guarda un po' perplesso, non per la richiesta, ma per il fatto che c'era un contratto da rispettare. Capisco e aggiungo: "il contratto si può benissimo stracciare, se per te va bene". Mi guarda, quasi incredulo, e dice, ok! Prende il contratto e lo strappa di fronte ai miei occhi. Neanche 2 secondi dopo aver fatto la richiesta ero stato esaudito. Forse speravo che almeno facesse finta di volermi tenere. Ma probabilmente la sua stima nei miei confronti non era certo il massimo. Prendo i cocci del mio ego in frantumi ed esco.
Che testa ho! potevo almeno aspettare qualche giorno e riflettere. No, volevo la nazionale e avevo bisogno di dimostrare che me la meritavo. Dovevo giocare! Fuori dall'ufficio di Munari, incontro Stefano Bettarello. Facciamo due chiacchere e alla fine mi propone di andare a Rovigo. 
Rovigo. Cazzo, dove se non a Rovigo? Ho mangiato pane e rugby da bambino e Rovigo è sempre stata una città carica di fascino. E' stato il primo stadio di rugby che ho conosciuto. Babbo mi portava a vedere i derby con il Petrarca quando un nostro caro amico di famiglia giocava a Padova. Mi piaceva proprio l'idea di andare là. 
Ci accordiamo in un attimo, torno a casa e preparo le borse.
Arrivo allo stadio, entro in segreteria e mi accolgono tre simpatici dirigenti. Un po' in là con gli anni, ma estremamente efficienti. Mi spiegano quale e con chi sarò a condividere l'appartamento e mi accompagnano. 
Rovigo, in generale, non è certo famoso per il suo clima. Arriviamo in centro, entriamo in un bel palazzo. L'appartamento è all'ultimo piano, sotto tetto, lo condividerò con il simpaticone Luca Martin. Saluto, mi sistemo in camera. La giornata prosegue con l'allenamento e torniamo a casa. Luca però ha da fare e deve tornare a Padova, mi saluta e se ne va, tornerà tra due giorni.
La sera vado a letto. Fa caldo. Un caldo pazzesco! Sapevo che i sottotetti erano caldi, ma non immaginavo così tanto. Nella notte prendo il letto e lo porto per metà fuori sul terrazzo. Dormo.
La mattina, dopo la colazione me ne vado al campo molto presto per prendermi un po' di frescura mattutina. La giornata passa e la sera mi ritrovo a boccheggiare il casa. Spero in in acquazzone, in un cambio del tempo, niente. Continuo a soffrire e questa volta vado direttamente a dormire in terrazzo. Il giorno dopo stessa storia. Non ce la posso fare. 
Mi vengono a trovare i ragazzi a casa e ci facciamo una pasta. Mi coglioneggiano un po' per il caldo ma alla fine se ne vanno. Rimango solo, sistemo casa e ad un certo punto mi appoggio al muro sudato e stanco. Sento un calore. abbasso lo sguardo e lo vedo…è un termosifone! Mi viene un dubbio…è caldo!!! E' tanto caldo!
Quel simpaticone di Luca Martin mi aveva lasciato il riscaldamento acceso! Amorevole!
Questi sono stati i primi giorni a Rovigo...

domenica 27 novembre 2011

DERBY DI PARMA

Parma. Diciamo che Parma non è certo famosa per il calore delle sue tifoserie, che si parli di rugby, calcio o qualsiasi altro sport. In effetti a in quella bellissima città sono abituati piuttosto bene in quanto a offerta sportiva cittadina.
Quindi uno si aspetterebbe un derby tra le due squadre comunali, non proprio acceso come da tradizione. Invece...
Invece il derby che si gioca-va a parma tra Overmach e GRAN era davvero un evento cittadino!
All'inizio della stagione tutti, nessuno escluso, avevano come priorità il sapere la data della partita. Con la discrezione che è propria dei parmigiani, dirigenti, tifosi, gli sponsor si presentavano e ti spiegavano, l'importanza della contesa per una o per l'altra parte. Lo spiegavano. Con le parole giuste, e quell'italiano un po' francese. Mai un eccesso.
Giocando a rugby ho girato l'Italia come uno zingaro, ma una cosa del genere non l'avevo mai vissuta. A l'Aquila, quando parlavano della partita contro la Roma erano gasati e convinti di far pesare la loro forza bruta contro i romani, con le buone o le cattive. Spesso ci scappava l'ingiuria.  A Rovigo, prima della partita contro il Petrarca, era una vita esasperante, tutti ti fermavano, anche mentre ti vedevano passare in macchina, e ognuno ad imprecare contro i padovani. Tutti accomunati dalla voglia di glorificare l'ostilità verso il nemico. A Parma no.
Là la vita è tranquilla. Caratterialmente sono persone molto socievoli, amano parlare e non vanno mai sopra le righe. I parmigiani ti spiegano quanto sia importante la partita, ma lo fanno pacati. Sembra quasi,che lo facciano perché in tutti gli altri derby del mondo i tifosi si scannano e non vogliono essere considerati troppo da meno. Ma non hai mai l'idea che sia sentito come a Rovigo, per esempio.
Ma quando arriva il giorno della partita, arrivano anche i primi dubbi. Già lo stadio si riempie. E questo è strano. Poi l'ambiente si scalda. E pure questo è strano. Poi vedi le facce dei ragazzi di Parma che si preparano per entrare in campo e cominci a credere che sia davvero una partita molto speciale. La prima azione, il primo placcaggio è sempre un parmigiano che lo fa. Sembra incredibile, ma questo accade.
Il derby è il derby. E' veramente una partita speciale. Una partita dura, maledettamente dura. Combattuta fino alla fine. Emozionante. Dove non sai mai su chi puntare. E' anche la partita dove un dirigente può infortunarsi esultando per una segnatura!
Siccome questo è un blog che come tema fa: racconti di rugby, lascio un aneddoto.
Al primo a cui ho partecipato, rientravo da un infortunio, ero in panchina e me lo sono visto tutto da posizione privilegiata. Roberto Manghi, vulcanico direttore sportivo del GRAN, ne aveva pensata una delle sue. La mattina della partita ci presenta la maglia fatta fare proprio in occasione del derby. Voleva stupire...Maglia Rosa Shocking! Ce la propone come una cosa fantastica, geniale...dal suo punto di vista si.
Il primo pensiero è stato: se perdiamo con quella ti immagini cosa diranno tutti!? Dobbiamo vincere!
Nonostante fossimo molto rimaneggiati e loro andassero a gonfie vele vincemmo! Probabilmente Manghi contava molto sulla paura di essere coglionati per quelle maglie! Grandioso...
A proposito, Roberto Manghi, aveva fatto di tutto perché andassi a Parma. Mi aveva accolto e coccolato anche dopo che mi ero infortunato, dopo appena 20 minuti dall'esordio. Sentivo che aveva fiducia in me.
Tornado al derby, fu una partita difficilissima e combattuta. Ad un certo punto, uno dei nostri si fa male vicino alla panchina, Roberto lo sprona a giocare: "dai tieni duro! è quasi finita! forza..." ma quello sta male, non lo ascolta quasi. Roberto insiste: "dai non mollare, sei forte...forza ragazzo" Questo ancora non si alza. Noi della panchina lo guardiamo e seguiamo la scena in silenzio con gli occhi sgranati di certe occasioni. Ad un certo punto Roberto si gira verso di noi, ci guarda. Noi guardiamo lui. Pensa, ma sembra non calcolarci neanche. Si gira verso il ragazzo a terra e gli urla: "Figa! devi giocare!! Non posso mica mettere dentro quelli sfigati lì!!!"
Fantastico. Dopo un primo momento di imbarazzo scoppiammo a ridere, lui compreso. Ormai mancavano pochi minuti alla fine ed al triplice fischio il "Buro" scattò verso il centro del campo per abbracciare i ragazzi, ma non arrivò mai...dopo i primi 15 metri stramazzò a terra abbattuto da uno strappo al polpaccio. Che belli i derby di Parma!