venerdì 21 settembre 2012

Giocare a rugby è sentirsi un eroe


Una delle cose belle del Rugby è che anche nei momenti più difficili, quando si fa fatica a trovare una buona ragione per continuare ad allenarsi o a soffrire, dal lato fisico o mentale, spunta sempre qualcosa che ti spinge a tenere duro ed andare avanti. Sembra quasi incredibile la somiglianza alla vita reale, sembrerebbe che le due cose, la vita ed il Rugby, fossero la stessa cosa...
Può capitare, facendo questo sport, che si abbiano degli infortuni, più o meno gravi e ogni volta rimani lì, solo, coi tuoi pensieri. Ti dici: "ma chi me lo ha fatto fare?". E' difficile dare una risposta a questa domanda, soprattutto a chi questo sport non lo pratica o non l'ha praticato. 
Succede che una volta sceso in campo, ti trovi ad affrontare una battaglia contro altre quindici persone. Succede che durante questa battaglia ti trovi nella condizione in cui hai bisogno dell'aiuto di un compagno. Succede che ti trovi nella condizione di capire che in un certo momento un tuo compagno ha bisogno di te.
Succedono un mucchio di cose oltre al gioco, un sacco di problemi e situazioni in cui devi per forza di cose fare i conti con la tua coscienza e con il tuo senso del pericolo che ti porta conservare intatto il tuo corpo. Può essere che ti trovi di fronte un bestione che vuole passarti sopra, e mentre sei lì che pensi a come uscirne, puntuale sbuca un kamikaze che dalla tua sinistra si butta tra le gambe dell'energumeno...a quel punto il tuo compagno crolla a terra, e l'energumeno ti investe, ma...
Ma l'energia che sembrava di avere, non ce l'ha più. Se l'è cuccata il povero compagno che si è immolato per te, anzi per la squadra. In quel momento entri nel vortice. Il mio amico lo ha fatto per me, la prossima volta devo farlo per lui. Ma non fai a tempo a pensarlo che già ti trovi in pericolo di nuovo e un altro ti corre in soccorso. E' incredibile e ti senti quasi in imbarazzo. 
Poi arriva il tuo momento, il momento in cui sei tu che poi renderti utile per un tuo compagno in difficoltà, questo è l'attimo più emozionate. In quell'istante ti esalti, memore di quello che pochissimo tempo prima ti è accaduto, e ti lanci contro qualcuno, che magari se te ne fossi stato dalla parte tua non ti avrebbe mai sfiorato, ma tu senti di doverti buttare nella mischia e lo fai. Sbammm!!! La prima botta. Ma non senti dolore, niente. Questo ti da fiducia, ti ributti nella baraonda e prendi altre botte che quasi non senti. 
E qui sei in pieno vortice, le prendi e le dai, aiuti e ti aiutano, attimi duri e difficili ed altri entusiasmanti e soavi. È una girandola di sensazioni che ti fa sentire vivo e forte.
Volevo scrivere tutt'altra cosa questa sera, ma sai comè...cominci a dire una cosa e finisci col dire tutt'altro...o almeno è quello che capita a me...
Finisco col raccontare un'altra cosa su di me. 
Spesso, scherzando, quando mi chiedono come è andata la partita, come ho giocato, rispondo con modestia: "sono stato un eroe!". Ovviamente scherzo...ma non troppo...

lunedì 23 gennaio 2012

Il ricordo di una persona speciale


Era il giugno del 1992, con il Fides Rugby Livorno avevamo appena concluso un lungo campionato di serie B. Dopo una stagione molto intensa dove ci eravamo conquistati il diritto di giocare un altro campionato in quella categoria quel martedì sera ci trovavamo per fare una partita a calcio, tanto per divertirci un po' in uno sport diverso dal solito. Il campo comunale Montano ce lo dividevamo con altra squadra della città e il martedì era il giorno a noi concesso, ma a fine campionato alcuni ragazzi del rugby Livorno venivano ad allenarsi con noi. Quel martedì in spogliatoio sentivo che c'era tensione, i vecchi stavano parlottando tra di loro dicendo che non avrebbero accettato di fare quello che voleva fare "lui". Non riuscivo a capire cosa mettesse tanta agitazione, in fin dei conti eravamo li per ridere, scherzare e stare un po' insieme.
"io ho portato il pallone di cuoio!", "io ho già fatto le porte", "è tutto l'anno che giochiamo a rugby, io non ho voglia di giocare ancora! Abbiamo deciso di giocare a calcio e nessuno può farci cambiare idea! E poi lui è del Rugby Livorno, che vada coi suoi!" questi erano le argomentazioni delle chiacchere. 
Poi arrivò lui..."Ciao ragazzi! Come state? Siete stati bravi quest'anno! Complimenti per il campionato..."
"Ciao Luca! Come stai? Che piacere vederti, ti alleni con noi stasera?"
"Certo! Sono venuto apposta!"
Timidamente qualcuno aggiunge: "facciamo una partita a calcetto..."
E Luca:"A calcetto?! No!!! Questo è un campo di rugby e si gioca a rugby." "ma Luca, siamo venuti tutti per giocare a calcio, abbiamo portato il pallone, fatto le squadre, le porte..." "a me non interessa, ora giochiamo tutti a rugby. Io voglio giocare a rugby." 
Il capitano allora gli disse:"Luca noi giochiamo a calcetto, punto." 
"Benissimo! Voi giocate a calcetto e io giocherò a rugby!"
Ero stupito di come Luca Terreni, giocatore e colonna del Rugby Livorno si era presentato. Umilissimo e gentilissimo in principio, inflessibile e determinatoc al limite dell'arroganza, quando doveva difendere una sua idea!
Avremmo giocato a calcetto e Luca avrebbe giocato a rugby...un connubio un po' difficile da mettere in pratica. 
Il punto di forza di Luca Terreni era il placcaggio e la cattiveria agonistica, alto più di un metro e novanta per un centinaio di kili abbondanti erano anni che da terza linea terrorizzava le aperture di serie A. Ora si apprestava a terrorizzare noi.
La partita di calcetto cominció, primo passaggio laterale, secondo passaggio...ad un certo punto vedo con la coda dell'occhio una maglia verde e bianco arrivare lanciata con la spalla ad altezza ginocchio di un povero giocatore che non se lo aspettava. Spezzato in due, ovviamente perde il controllo del pallone coi piedi, Luca si rialza, raccoglie la palla, scatta verso la meta e segna in tuffo! Nessuno ovviamente tenta di fermarlo. Luca si rialza e dice:"una meta per noi". Dentro di me penso:"noi chi?? Una meta per te..."
Sono decisamente perplesso. 
Riprende la partita, questa volta i giocatori stanno più attenti a non farsi travolgere dalla mina vagante, Luca corre, corre ma ormai sembra un torello, quando si avvicina a qualcuno con la palla, quest'ultimo la passa. Diretta conseguenza è che all'ennesima corsa a vuoto, il Terreni decide di sfoderare uno dei suoi pezzi forti: il placcaggio in ritardo ad altezza collo... Non so chi, ma questa volta l'impatto è tremendo e la scena è la stessa... "Due mete a zero per noi!"
Vedo i compagni di squadra presi dallo sconforto, qualcuno se va ma la maggior parte resta per un ultimo tentativo. "Dai Luca, non puoi fare così, siamo in venticinque e vogliamo giocare a calcio, perché devi metterti a far male ai ragazzi?!"
La risposta è chiarissima:"perché io voglio giocare a rugby e sono venuto su di un campo adibito a tale scopo. Se volete giocare in questo campo giocate a rugby, se volete giocare a calcio andate in un altro campo."
La partita riprende stancamente ma l'unico che si diverte è lui. Al l'ennesimo placcaggio in ritardo, tutti ci fermiamo e ce ne andiamo a farci una bella doccia. 
Questo è stato il mio incontro con Luca Terreni, che adesso non c'è più fisicamente, ma che a Livorno ,e non solo, ha lasciato un grande ricordo di se!
 

lunedì 16 gennaio 2012

Cap 2 Fiji Samoa

Nonostante fossimo in luogo tanto suggestivo e sconosciuto, alle 19.30 eravamo già tutti in branda. Il "Doc" Ieracitano, ci aveva ammonito di non andare a letto subito, ci aveva ragguagliato su come si lotta contro il fuso orario...ma l'allenamento del pomeriggio ci aveva spento ogni residua velleità. Finita la cena tutti a letto.
Alle 3 di mattina tutti svegli...ovvio. Per fortuna che si stavano giocando gli europei di calcio. Ci ritroviamo nella hall dell'albergo svegli come grlli e con l'intenzione di guardare la partita dell'Italia. Invece no.
La tv nella hall trasmette in diretta RTV38! Una rete privata fiorentina che propone il Calcio in Costume Fiorentino. Sono stupefatto da quanti fijani ci sono a vederla e da come apprezzano lo spettacolo. Ad ogni scontro e rissa loro si esaltano, ridono, apprezzano. Stranissimo, ma sembra che conoscano anche le regole e soprattutto lo spirito! Non vedo quell'indignazione tipica dell'italiano medio che guarda per la prima volta i calcianti che si battono in piazza Santa Croce, loro apprezzano lo scontro feroce, gli piace. Uno dei tizi si gira mi vede e mi rende omaggio per il bello spettacolo, mi dice, in inglese, che gli piacciono gli Italiani perchè hanno uno spirito simile al loro, penso subito due cose...una è che quello spirito che lui pensa ce l'hanno solo i calcianti fiorentini...e la seconda è che se invece loro hanno davvero quello spirito...sarà una Tourneè molto molto difficile...
Il secondo giorno il capo, Bradley, ci riunì nell'aula adibita a tale scopo e ci illustrò il programma generico. Eravamo abituati a due allenamenti al giorno, palestra, defaticamenti, incontri istituzionali con i vari sindaci o assessori locali e invece niente di tutto questo. "Le Tourneè sono fatte per fare gruppo, per legare i rapporti di amicizia...dovete divertirvi...", allenamenti la mattina dalle 9 alle 11, poi liberi fino al giorno dopo, tranne qualche rara occasione. Non credevamo alle nostre orecchie! Le domande erano: "ma potremmo anche andare sulla spiaggia? Ma il pomeriggio potremmo anche fare un giro in città?" Dopo qualche domanda del genere, sempre il Capo, ci guarda e dice: "Siete proprio così scemi o ci fate?" Non credeva neanche lui che fossimo così inquadrati da dubitare di tanta libertà.
Fatto stà che quel giorno mi si stampò un bel sorriso in faccia e cominciai a godermi quella bella libertà. Come se fossi stato a Livorno, facevo un allenamento la mattina, e lo facevo tanto volentieri, poi dopo un pranzetto a base di pesce e frutta dolcissima, scappavo in taxi verso la spiaggia! Una favola!
Fin qui il bello. Poi arrivarono le notti insonni grazie al mio compagno di stanza.

venerdì 13 gennaio 2012

Tourneè Fiji e Samoa

Tutti sanno, almeno spero, che le isole Fiji sono un arcipelago in mezzo all'oceano Pacifico. Tutti sanno per sentito dire, immagino, che sono un paradiso terrestre. Da oggi ci sarà un'altra persona che ve lo racconta...
Ebbene sì, ci sono stato. E' stata una delle più belle esperienze di rugby della mia carriera, un posto lontano, esotico e dove il rugby è passione e divertimento allo stato puro.
Dopo circa 50 ore di viaggio (la federazione di rugby è sempre molto attenta a scegliere i voli più lunghi e improbabili; partenza da Roma, scalo Francoforte, poi Singapore, Sydney, Nadi), arriviamo all'aereoporto internazionale di Nadi. All'apertura del portellone dell'aereo siamo tutti un po' eccitati per essere agli antipodi di casa nostra. Più lontani di così non si può andare, piccole soddisfazioni... Non vediamo l'ora di annusare l'aria dell'isola, una botta di caldo umido ci investe. Scendiamo le scalette vestiti con la divisa lanciata dalla federazione per l'occasione...Bermuda di lino marroni e camicetta celeste, mezze maniche, da tranviere...Facciamo la nostra sporca figura!
Quattro passi ci seperano dal caseggiato dell'aereoporto, ma bastano per farci bagnare le camicette col nostro sudore. Entrati dentro altra botta di...freddo. L'aria condizionata sarà regolata a 18-20 gradi mentre fuori saremo sui 32-34 belli carichi di umidità... Una volta ritirati i bagagli ci avviamo all'uscita e troviamo una bella sorpresa. Come nei più classici dei film, ci aspettano delle procaci fijiane con delle bellissime collane di fiori. Ci vengono incontro per mettercele al collo, ma più si avvicinano e più ci rendiamo conto che di bello ci sono solo i fiori...le procaci fijiane assomigliano più a quelle nere che fanno le balie nei film anni 50, grandi, grosse, con culoni sporgenti dove ci potresti appoggiare un vassoio sopra! In compenso sono belle sorridenti e ci accolgono con quella tipica aria delle isolane del pacifico, bello.
Tutti sul pulman direzione Mocambo Hotel. Una volta a bordo ci informano che durante il viaggio è scoppiata la guerra tra la popolazione nativa e la comunità numerosissima di indiani...dell'India! Incredibile. Per un attimo ci crediamo anche, poi arriviamo ad un posto di blocco...si capisce subito che per "guerra" da queste parti si intende più una cosa alla "risiko"...il tiro dei dadi...
Il posto di blocco è formato da due soldati con dei fucili, conservati chissà dove, della guerra degli Stati Uniti d'America contro gli Indiani. Forse ce li ha portati il generale Carter... Il check point è rinforzato da una macchina, credo una Trabant, rugginosa là dove è fatta di metallo... Brrrr che paura che fanno quei soldati! Ci facciamo due risate e continuiamo verso quella che sarà la nostra residenza sull'isola.
Il Mocambo Hotel è un complesso immerso nel verde, ma a dire la verità dai molti fiori che ci sono, anche il verde passa in secondo piano. C'è una piccola piscina, campi da tennis, golf, parco per allenarsi o passeggiare. Come usanza, anche qui ci aspettano le "Big Mama" con le collane di fiori. Ci sistemiamo nelle camere e Bradley Jonhstone decide che è subito ora del primo allenamento per sciogliere le gambe. Ci chiama nella hall ci da una mezzora per sistemarci e poi aggiunge: "vestitevi bene, perché il sole batte forte!"
Torno in camera, mi sistemo posando la borsa a terra e sdraiandomi sul letto, per me mezzora è forse un po' troppo. Prima di uscire guardo il cielo e lo vedo coperto, niente sole, tra me penso:"accidenti, non mi sarebbe dispiaciuto prendere un po' di colore". Mi vesto con pantaloncini e canotta sperando in un po' di tintarella almeno sulle braccia.
Con l'autobus attraversiamo un tratto di città, le ore più calde sono passate e ogni campetto che troviamo si sta riempiendo di ragazzi che giocano a rugby scalzi e in mutande per la maggior parte. Facciamo a tempo a vedere anche bellissime azioni, e qualcuno commenta che se li avessimo in squadra farebbero comodo...
Il campo, che sarebbe lo stadio cittadino, è coperto di erba gialla quasi bianca e le linee sono segnate con olio da motori... Giustamente sul bianco dell'erba risalta di più il nero dell'olio...
L'allenamento per sciogliere le gambe si tramuta nell'allenamento per annientare le nostre energie residue: navette su navette, flessioni, scatti, tuffi a terra nella polvere finissima di quel maledetto campo, un incubo!
Tornati sul pullman, ci mettiamo sedere sfiniti. Un pò per il lavoro fatto ma gran parte per il fuso orario, la nostra ora biologica è l'esatto opposto dell'ora che segna l'ora in quel momento, le 6 di mattina e non le 18 del pomeriggio. Solo che noi abbiamo più di due giorni di viaggio alle spalle...

venerdì 30 dicembre 2011

QUANDO SCAPPA...SCAPPA

Stagione 2004-05, ero a Viadana già da un anno, la campagna acquisti estiva mi regala un compaesano, Luigi Ferraro, di Firenze. Non c’è che dire, un bel personaggio. In preparazione arriva con qualche acciacco lasciato dalla recente partita di calcio fiorentino. Forse non tutti sanno cos’è il calcio fiorentino. 
E’ uno “sport” dove l’unica vera regola è che non ci sono regole. Al calcio fiorentino si incontrano due squadre di “calcianti”, li chiamano così forse perchè sono intenti a darsi calci nel culo dall’inizio alla fine, i quali si scontrano in piazza Santa Croce, ad un gioco che assomiglia alla palla mano per il fatto di fare goal in una porta, ma che per il resto non ha niente a che vedere. Vale tutto! Entrano in piazza e se le danno di santa ragione fin che hanno la forza di alzare le mani...e i piedi. Pazzi scatenati. Anche solo per entrare in campo ci vuole un coraggio da leone.
Mi viene a mente un aneddoto...strano.
Nel 2000, andammo in tournee alle Fiji e i primi giorni, dovendo smaltire il fuso orario, ci trovavamo nella hall dell’albergo alle 3 o 4 di notte, svegli come grilli. Nello stesso periodo c’erano anche gli europei di calcio e visto che eravamo svegli avremmo voluto vedere qualche partita...invece no. Alle Fiji trasmettevano il Calcio Fiorentino, con diretta tv sul canale RTV38! Incredibile! E la cosa pIù bella era vedere come si divertivano in fijani a guardare quei matti ammazzarsi di botte! Fine dell’aneddoto...
Insomma Gigi arrivava a Viadana con la fama del tipo tosto, senza paura, uno con le palle. Effettivamente in campo non aveva paura di niente, non si tirava mai indietro, placcava duro ed era uno su cui potevi contare. E’ sempre uno su cui contare visto che è vivo e vegeto...
Un giorno andiamo a giocare contro il Gloucester, loro avevano una mischia poderosa che stava surclassando tutte le squadre del campionato inglese. Roba da brividi per i nostri. Gigi però era in panchina, anche se fremeva per entrare. Era una serata fredda e ventosa.
La partita, come spesso accadeva alla italiane di coppa, si era messa male ma la nostra mischia, in generale non aveva demeritato. Ecco perchè Gigi era rimasto tra le riserve anche una parte del secondo tempo. Ad un certo punto il cambio. 
Lo stadio non era pieno, ma c’era comunque tanta gente. Touche per loro, ovviamente la vincono, difendiamo, buona linea difensiva, ordinati, precisi e alla fine commettono un errore. Mischia per noi dal lato opposto alla panchina e sotto la tribuna più gremita di tifosi.
L’arbitro prepara la ripresa del gioco: “crouch and hold...” Le mischie, legate, si abbassano pronte all’impatto. Da mediano di mischia, guardo Gigi appena entrato e lo vedo fare una smorfia di grande sofferenza. Un altra. Si slega dai piloni e si gira, sistema le seconde e si riposiziona. L’arbitro, dopo aver interrotto la sequenza di ingaggio, chiede se è tutto a posto e ricomincia: “crouch and hold...” Gigi, dopo l’ennesima smorfia, interrompe ancora, si slega, fa un passo avanti e si si accuccia in terra. Dalle tribune si sente un mormorio. Ci guardiamo gli uni con gli altri senza sapere che fare, se non chiedere al nuovo entrato cosa stesse succedendo. Lui si alza, mi guarda con uno sguardo terreo e mi dice: “c’ho uno strizzone! mi ca’o addosso!” 
lo lo guardo e mi guardo intorno, rispondo stupidamente: “non ce la fai a tenerla?” lui con una faccia sofferente scuote solo la testa. Mi viene da ridere ma trattengo le emozioni. Cerco di parlare all’arbitro ma non riesco a spiegarmi. Allora il capo si rivolge direttamente a Gigi ma è preso da altri problemi. Sono secondi interminabili, il pubblico rumoreggia e i giocatori dell’altra squadra sono impazienti di ricominciare. 
Chiamano il nostro medico in campo, arriva correndo, gli spieghiamo la situazione e lui chiede il cambio temporaneo... Ovviamente non si può, non c’è sangue. Insistiamo ma niente da fare. Allora il fiorentino di ferro tira fuori gli attributi e parla, anzi sbraita: “Ci vuole il sangue! Dottore prendi il bisturi! tagliami!!!” “ma cosa dici?” “dottore tagliami!!! Ho detto tagliami”  e gli porge l’avambraccio. Il pilone al suo fianco, gli prende il braccio e lo gira: “se tagli le vene altro che strizzone...”
A quel punto, con tutta la buona volontà, non potei più trattenermi e scoppiai a ridere, come altri di noi, mentre gli inglesi guardavano la scena con quello sguardo tipico di chi non capisce niente di cosa sta succedendo. 
L’arbitro cominciò ad incalzare, voleva trovare una soluzione, ma non voleva concedere il cambio per ferita. Gigi, all’ennesimo strizzone, partì di corsa, con le mani sulla pancia e un pò piegato in avanti, verso lo spogliatoio. Entrò dentro e ci lasciò là, tra le risa nostre, degli inglesi, dell’arbitro e anche del pubblico...ormai tutti avevano capito il grande problema dell’eroe del calcio fiorentino! Si era cahato addosso...ma era stato il freddo! Su quello ci potrei giurare!
Finimmo di giocare ma ormai il meglio lo avevamo dato lì, in quella mischia.

giovedì 22 dicembre 2011

LA DIETA

Al mondiale in Australia nel 2003, avevamo un preparatore fisico francese, Pascal Valentini, molto scrupoloso in fatto di alimentazione.
Quando fai sport ad alto livello, l’alimentazione è fondamentale per rendere al meglio, e lui ne era a conoscenza, nostro mal grado. Facevamo una riunione al mese, parlando di giusta alimentazione. Proteine, carboidrati, grassi, quanto e quando mangiare. Un grammo di carboidrati equivalgono a 4 calorie, un grammo di grassi a 9 calorie ecc... Eravamo diventati degli esperti...più o meno. Fatto sta, che Pascal ci teneva sotto stretta osservazione. Ogni raduno avevamo la pesata, il plicometro (uno strumento che serve per misurare i grassi corporei), e chi sgarrava si guadagnava la presenza al tavolo dei ciccioni. Non era un gran bel premio a dirla tutta. I ciccioni mangiavano molto poco rispetto agli altri, e soprattutto non potevano mai sgarrare, al contrario degli altri che una volta a settimana era concessa una crostata.
La preparazione a Nevegal durò tutta l’estate e il mondiale cominciava a ottobre. Per tutto quel periodo eravamo costretti ad una dieta ferrea. I grassi erano praticamente banditi.
Io sono sempre stato, e lo sono ancora, un gran goloso. Quella dieta mi stava un pò stretta, ma cercavo di seguirla...almeno quando ero in raduno. Gli ultimi venti giorni prima della prima partita, contro la Nuova Zelanda, fu ancora più difficile controllare gli impulsi della fame e della gola. Il volo di andata verso l’Australia, fatto in prima classe, comprendeva ogni ben di dio da mangiare, ma Pascal non mollava mai, era sempre pronto a riprenderci e rimproveraci. Pesante.
A Cambera in hotel, i pasti erano a buffet. Sul tavolo imbandito c’era qualsiasi cosa, ma spesso nel cibo mettevano troppo burro e quindi ci era vietato. C’erano dei panini buonissimi, lunghi e stretti, sembravano quasi grissinoni, ma erano leggermente più morbidi. C’erano anche delle ottime acciughe, con cui ci condivo spesso l’insalata. Qualche volta abbinavo acciughe e pane e mi facevo un paninetto come mi preparava mio nonno da piccolo. A dire il vero mancava il burro, ma quello era assolutamente off limits!
Passavano i giorni e, nella mia testolina, cominciavo ad associare i tre ingredienti: pane, burro e acciughe. Ma la partita contro la Nuova Zelanda si avvicinava costringendomi a scacciare via la malsana idea. Quanta pazienza.
Arriva il giorno della partita. Tensioni altissime, emozioni a non finire e rilassamento post-partita. Andiamo a cena, mi sistemo nel tavolo rotondo insieme ad alcuni ragazzi e noto che sul tavolo ci sono i panini vicino al burro ed alle acciughe...mi guardo intorno, non c’è traccia di Pascal. Dichiaro ai commensali: “Ora mi merito un premio! Non mi frega un bel niente della dieta! Mi sparo tre panini burro e acciughe!”. Risate.
Mi avvicino al buffet, carico il piatto con gli ingredienti e torno al tavolo. Mi siedo spalle alla porta e comincio a spalmare il burro sui panini. Uno alla volta, meticolosamente, sto facendo un capolavoro. Mentre spalmo faccio anche il verso, in francese, a Pascal: “non mangiare qui...non mangiare lì...” Al tavolo ridono tutti, forse anche troppo...
Finito di spalmare il burro, posiziono le acciughe, tre o quattro a panino, disposte a quarantacinque gradi rispetto al piano longitudinale. Riguardo la composizione sul piatto e ho già l’acquolina in bocca! I ragazzi mi fomentano: “ma si, chi se ne frega di Pascal! Mangia tutto!” 
Tutto soddisfatto, prendo il primo panino in mano, lo avvicino alla bocca e parto con un gran morso!
Tempo di stringere i denti, che dietro di me sento un urlo bestiale! E’ Pascal! Incazzato nero, mi riempie di insulti: “ooohhhh puten!!! che fai!?!? ti mangi il burroooo!!!! ooohhhh!!! mi prendi pure per il culooo!!!” Quante me ne ha dette. Tutti ridevano, tranne noi due. Lui urlava, ed io cercavo di mandar giù quel boccone che mi era rimasto di traverso...
Ovviamente quei tre panini meno un morso rimasero sul tavolo, e dovetti ripiegare su di un insalatina...con le acciughe però!

mercoledì 21 dicembre 2011

BENETTON TREVISO 17-L'AQULIA RUGBY 19 (semifinale scudetto 2000)

Il campionato era andato alla grande. Dopo un primo girone dove ci eravamo piazzati secondi dietro al Treviso, e conquistato l’accesso al pool scudetto, anche la seconda parte era andata a gonfie vele. Nessuno di noi si aspettava di essere così in alto e alla fine delle partite di qualificazione ci eravamo trovati al quarto posto, il chè ci consentiva di fare lo spareggio con la prima squadra di A2 (Gran Parma). La partita per raggiungere i Play Off lo giocammo a L’Aquila e vincemmo abbastanza agevolmente.
Semifinale conquistata! Già di per se era un gran risultato. Ci sentivamo soddisfatti del cammino compiuto, quasi appagati, ma...
Ma la partita decisiva l’avremmo giocata contro il Benetton Treviso, e per giunta in casa loro. Era una sfida troppo stimolante per lasciarsela sfuggire! 
Quell’Aquila era una formazione giovane, con qualche innesto di esperienza che sapeva guidare l’enorme energia del gruppo. Non credo di aver mai giocato in un altra squadra così tanto ben disposta verso le sfide. Giovani, ambiziosi ed arroganti al punto giusto. Sempre pronti a dimostrare di non essere inferiori a nessuno, e Treviso era la squadra giusta per stimolarci al massimo.
Ci avevamo giocato già quattro volte tre sconfitte pesanti 50-6, 39-14, 42-21 ma una volta in casa eravamo riusciti a vincere 27-16. Quindi, non erano invincibili.
Poi avevamo una città che non faceva mancare il suo sostegno. A modo loro. Nella settimana precedente alla partita, nessuno mancò di ricordarci che avevamo preso quasi 150 punti in tre partite...che probabilmente ci avrebbero travolto anche questa volta, e soprattutto menato. Ma era solo il modo aquilano per caricare il gruppo. Dovete sapere che in Abruzzo si può perdere, ma è inammissibile essere menati... Si sentiva tutta la voglia di rivalsa di tutto l’ambiente.
C’era solo un piccolo problema, eravamo in grande emergenza infortuni. Tra le tante defezioni più o meno rimpiazzabili, ci mancava soprattutto un tre-quarti centro. 
A dire la verità un centro, anche parecchio bravo, ci sarebbe stato, ma a Natale aveva litigato con l’allenatore (Mike Brewer) e aveva deciso non giocare più...aveva aperto un Pub in centro e ciao rugby. Nella città delle 99 cannelle, avevano aperto una cannella in più...succedevano anche queste cose.
Il martedì, ad allenamento, decidiamo di andare al locale dell’ormai ex-compagno di squadra per convincerlo a tornare. Lui in principio fu irremovibile. “No, con quello stronzo di allenatore non voglio avere più nulla a che fare!” Ma si sa, il rugby è irresistibile, e noi forti di questa convinzione insistemmo fino a strappargli la promessa che il giovedì sarebbe venuto ad allenamento.
Il giovedì venne. Pretese, a ragione, di non fare proprio tutto l’allenamento, in fin dei conti erano cinque mesi che non faceva niente! Se si fosse anche allenato avrebbe perso quel minimo di reattività che ancora gli rimaneva...
Venerdì rifinitura e sabato via a Treviso. In pulman, il ragazzo, era molto preoccupato perchè Mike lo aveva fatto provare un pò troppo. “Gli accordi sono che vengo per fare numero, ma gioco solo se c’è estrema necessità” questi erano i suoi convincimenti...
Il giorno della partita, Mike, da gran farabutto quale era, lo schierò titolare. Di fronte alla squadra, non si tirò indietro, fece solo dei versi strani, ma ormai era in ballo e voleva ballare fino alla fine.
La partita...e chi se la ricorda? Ricordo solo che non andò come le altre tre volte in cui ci avevano spazzato via dal campo. Tenemmo il campo alla grande, e più passava il tempo e più prendevamo consapevolezza che potevamo farcela. Eravamo in partita meritatamente.
Venti minuti dalla fine, touche per noi in attacco, palla veloce fuori, 9-10-12 e,  il centro recuperato al bar tre giorni prima, finta all’interno, salta Manuel Dallan e vola in mezzo ai pali. Meta, e che meta! E da chi! 
Mi è assolutamente impossibile descrivere la gioia, l’esaltazione, la fiducia in noi che quella azione ci diede...ci vorrebbe Baricco...
Insomma il centrino ci aveva messo lo zampino.
Nel tempo restante difendemmo col ! coltello tra i denti agli attacchi della Benetton, che però riuscì a segnare in bandierina dopo 8 lunghissimi minuti di recupero. A tempo scaduto, Corrado Pilat aveva la responsabilità della trasformazione decisiva per raggiungere i tempi supplementari. Purtroppo per noi piazzava tanto bene. 
Dei nostri solo alcuni ebbero il coraggio di guardare, alcuni tenevano le mani davanti agli occhi, altri girati, altri erano pronti a salire per disturbare il calciatore. Una cosa però facevano tutti. Gufavano! E gufavano da dio! 
Il calcio uscì e andammo in finale. Meraviglioso!!!
Quella rimane tutt’ora la partita giocata che più mi ha emozionato, indescrivibile!
Quel centrino, che per me rimane un eroe, era ed è sempre, Francesco Scipioni. Ci ha insegnato che per giocare a rugby ci vuole soprattutto la testa giusta, altro che fisico